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Tradizione

Itinerario Turistico in Val di Fassa: Arte, Cultura e Tradizioni

Un po’ di storia

Chi viene in vacanza in Val di Fassa, torna a casa non solo con uno stupendo paesaggio negli occhi, ma anche con una nuova cultura nel cuore.

Ogni paese o vecchio borgo della valle, Moena, Soraga, Vigo di Fassa, Pozza di Fassa, Mazzin di Fassa, Campitello di Fassa e Canazei, porta le tracce di una storia remota, piccole chiese, masi sperduti, pittoresche processioni, botteghe artigianali.

Le nostre tradizioni sono ancora visibili in molti umili gesti quotidiani, dalla lavorazione del legno alla preparazione del pane accompagnati da una lingua tutta nostra, il ladino dolomitico.

La Val di Fassa fa parte infatti di quella regione meglio conosciuta tra gli abitanti del luogo con il nome di Ladinia, divisa tra le province di Trento, Bolzano e Belluno e conta circa 30.000 persone. I ladini hanno una loro indipendenza sia da un punto di vista culturale che linguistico e, per alcune situazioni, anche amministrativo. Sono da sempre impegnati per mantenere viva la loro identità culturale e tramandare ai loro figli lingua e tradizioni. Nelle scuole delle località ladine dell’Alto Adige la lingua ladina è lingua d’insegnamento assieme al tedesco e italiano e le notizie vengono diffuse attraverso il giornale settimanale “La Usc di Ladins” o il telegiornale giornaliero “Rai TV Ladinia”.

La Lejenda de Re Laurin

N temp lontan l ream de Re Laurin, che ancö l’é crepe biote, l’era dut n rösè.

La vita la era bela e serena anterint chi splendores de la natura, canche dut te n colp da mez en travers, na desgrazia la é ruada a ge dar na burta scorlada a la felizità del re. Ladina, la bela fiöla del re, da nascosc da duc la era sciampada per jir e se maridar col cavalier del Latemàr.

Re Laurin se n jiva trist e desolà anterint chela smaraveosa fioridura de so giardin, che la fajeva contrast con siöi pensieres negres, e na dì, sorafat da la desperazion, l’à maledì dute chele beleze per l dì e per la not e l le à fate deventar de sas bianch e spavì:

“Not negra cala,

e scuerji duc chi fiores

oitave inint, oitave inint colores,

e dut chel vert che l reste sut,

dut chel vestì che l reste nut,

chel bel ciantar che l devente mut!”

Ma l se à desmentià la doman e la sera, e l’é per chel che nosce crepe da chele ore le torna a ciapar l color de l’Enrosadira.

 

La Leggenda di Re Laurino

Tanto tempo fa il regno incantato di Re Laurino, che al giorno d’oggi è pietra nuda, era ricoperto di rose.
La vita era bella e serena fra quella natura splendida, quando all’improvviso, una disgrazia è sopraggiunta a recare un brutto colpo alla felicità del re. Ladina, la bella figlia del re, era scappata all’insaputa del padre, per sposare il cavaliere del Latemàr.

Re Laurino girava triste e sconsolato fra la fioritura meravigliosa del suo giardino, che ora contrastava con il suo animo ferito e abbandonato, e un giorno, oppresso dalla disperazione, ne maledisse la bellezza per il giorno e per la notte e fece mutare le rose in roccia bianca e pallida:

“Notte nera cala e scurisci tutti questi fiori,

togli loro tutti i colori,

togli tutto il verde che c’è,

tutto ciò che è vestito resti nudo,

e tutto ciò che canta resti muto!”

Nel lanciare la maledizione si era dimenticato però dell’alba e del tramonto e ed è per questo che, ancora oggi, al sorgere del sole e al suo calare, per qualche attimo le cime del Catinaccio si colorano di rosa, il colore dell’Enrosadira.